Il Testo Unico dell’Edilizia, D.P.R. n. 380/2001, tra le innovazioni apportate in tema di semplificazione procedurale, ha abolito la distinzione tra certificato di abitabilità e certificato di agibilità, i due provvedimenti che in precedenza costituivano l’attestazione di idoneità all’uso degli immobili, rispettivamente, residenziali e non residenziali.

Ritenuto da molti sostanzialmente irrilevante, all’istituto dell’agibilità edilizia si tende da sempre ad attribuire una considerazione marginale. Nel tempo infatti si è diffusa la convinzione che, finita la costruzione di un edificio, la presentazione al comune della domanda per l’abitabilità (oggi, appunto, agibilità) costituisca solo un ulteriore, costoso e inutile appesantimento burocratico. La sua mancanza, infatti, non ha mai precluso compravendite, donazioni, locazioni, né altra forma di commercializzazione degli immobili. Né, tanto meno, l’obbligo di versare le imposte all’erario. E viste le condizioni delle finanze locali, perfino i comuni, cioè gli organi cui competono i controlli, spesso non possono fare a meno di tollerare, silenti, l’eventuale inerzia dei costruttori.

Questo quadro, non proprio confortante, per fortuna sta conoscendo una fase di progressiva evoluzione. L’emanazione di vari provvedimenti legislativi in materia di sicurezza strutturale e impiantistica, di efficienza energetica e contrasto dell’inquinamento, ha portato a definire nuovi parametri qualitativi delle costruzioni diversi, e molto più complessi, da quelli che nel passato erano incentrati praticamente solo sull’idea di durevolezza, funzionalità e estetica (sul tripartito modello vitruviano di firmitas, utilitas e venustas). L’implicazione fondamentale di questo nuovo scenario è dunque rappresentata dalla necessità di modernizzare il concetto di valutazione della qualità edilizia, sia da parte della P.A. sia da parte dei privati, tenuto conto di tale nuova multiforme complessità.